|

SACCO
E VANZETTI:
UNA
STORIA DA NON DIMENTICARE.
Pubblicato su L'IDEA
N.34, Vol. II, 2008, NY
Nella primavera del 1920, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due
emigrati italiani, furono arrestati perchè, dopo una perquisizione, su di
loro furono trovati volantini anarchici e alcune armi.
Dopo tre giorni furono accusati di una rapina, avvenuta il 15
aprile nella cittadina di South Braintree, nello stato del Massachusetts,
e dell’assassinio di due uomini, una guardia giurata ed il
vicepresidente di un calzaturificio.
Ciò che seguì lasciò un segno profondo nella storia della società
americana, mostrando al mondo intero che anche la terra della “libertà
e giustizia per tutti” poteva essere spietatamente ingiusta e crudele.
Il processo fu una farsa, durante la quale i testimoni a favore
furono scartati e quelli contro furono accettati anche se insicuri o
inattendibili, le prove che in realtà erano inesistenti furono avvalorate
da esami di balistica, la cui interpretazione fu manipolata dal
procuratore distrettuale in maniera più che discutibile. I due anarchici
“dovevano” essere condannati e così fu, a discapito del diritto e
della ragione.
Ricercando le motivazioni, i fondamenti sociali e politici che
spinsero gli eventi in tale sciagurata direzione, si scopre che la comunità
italiana in America non aveva sempre goduto dei privilegi sociali ed
economici che la caratterizzano prevalentemente al giorno d’oggi, anzi.
Circa quattro milioni di italiani emigrarono negli USA tra il 1880 ed il
1920. Questo possente flusso migratorio portò ad una reazione negativa da
parte della società benestante americana di maggioranza anglosassone, che
vedeva nell’italiano, molto spesso di pelle olivastra, un essere di
razza inferiore, quasi a parità dei suoi ex-schiavi. Gli italiani che
arrivarono in quel periodo, quindi, dovettero affrontare una
discriminazione ed un’ostilità d’alto livello, adattarsi a lavori
umili ed abitare in condizioni sub-umane. Nel sito della Biblioteca del
Congresso (Library of Congress), si può leggere che “All’inizio del
ventesimo secolo gli emigranti originari del sud dell’Italia erano tra i
lavoratori meno pagati negli Stati Uniti. Lo sfruttamento dei bambini a
scopo lavorativo era comune, ed anche i bambini in tenera età lavoravano
nelle fabbriche, miniere, fattorie oppure vendevano giornali agli angoli
delle strade”.
L’incontro con questa società americana, che prometteva l’oro
per strada e si presentava invece come un mostruoso meccanismo che
inghiottiva e distruggeva il corpo e la mente anche dei più energici
lavoratori, creò il substrato ideale affinché, come asserisce Michael
Yates in un suo articolo apparso nella rivista Monthly Review, “i
più solleciti, compassionevoli, coraggiosi e furenti tra di loro decisero
di agire”, cioè di fare tutto ciò che fosse possibile per cambiare
quella deprecabile società in meglio. “Sacco
e Vanzetti erano due persone di questo tipo. Come molti radicali
provenienti da un ambiente rurale di nazioni capitaliste meno
industrializzate, erano attratti all’anarchismo. Erano militanti della
classe operaia, sostenitori del movimento sindacale, anticlericali e
opposti a qualsiasi forma di repressione dello Stato”.
L’anarchismo era per loro, quindi, non una scelta mirata all’uso della
violenza, come si sarebbe potuto credere, ma una valutazione ideologica ed
idealistica di stampo altruistico che li distingue favorevolmente da molti
loro contemporanei che scelsero di soffrire senza tentare minimamente di
cambiare la società nella quale vivevano. Che loro simpatizzassero per
l’anarchia e promovessero attività antigovernative non è contestabile,
ma la loro colpevolezza nel caso citato non fu mai provata e la loro morte
fu un vero e proprio martirio.

Sacco e Vanzetti furono condannati per dare “un esempio” ai
rivoluzionari del tempo e la loro morte ebbe proprio quell’effetto,
disperdendo tutti i vari gruppi sovversivi dell’epoca in poco tempo. Gli
effetti delle leggi temporanee, adottate durante la Grande Guerra, si
facevano ancora sentire e le forze governative disponevano della facoltà
d’abusare della loro autorità, usando come giustificazione la difesa
della nazione dagli emissari stranieri. Gli italiani, in particolare,
risentirono di questi eccessi di potere.
Le forze reazionarie del tempo riuscirono ad annientare il volere
del popolo, portando alla sedia elettrica i due “bastardi anarchici”,
come li definì in una conversazione privata il giudice Thayer che li
sentenziò. Tutto questo fu possibile nonostante milioni di persone, tra
le quali noti giuristi, scrittori, artisti e politici di tutto il mondo,
fossero risorte a dimostrazioni, proteste e petizioni affinché la loro
vita fosse risparmiata. Il bigottismo e la disonestà del giudice furono
dimostrati dalla sua sfacciata ammissione di prove adulterate, quali il
fantomatico quarto proiettile che sarebbe dovuto provenire dal cadavere di
uno dei due assassinati. Onestamente questo proiettile fu collegato alla
pistola di Nicola Sacco, ma nel reperto originale del magistrato
inquirente si faceva riferimento a quattro proiettili provenienti dalla
stessa pistola, fatto corroborato da ben quattro testimoni, che
convenientemente non furono più chiamati a testimoniare. Questo quarto
proiettile fu probabilmente sostituito all’originale dopo la prima fase
del processo affinché esistessero delle prove della colpevolezza di
Sacco. Altro fatto degno d’attenzione fu l’ammissione come prova di
bossoli che la polizia avrebbe trovato nelle tasche di Sacco al momento
dell’arresto. Questo dopo alcuni giorni dalla rapina!
Riepiloghiamo per i nostri lettori i fatti relativi alla pistola e
l’alibi di Sacco, e la ragione per cui le accuse non sono valide:
- L’assassino sparò quattro colpi, uccidendo a freddo i due poveri
malcapitati, usando una sola pistola, come testimoniato da tutti i
presenti alla tragedia.
Tre dei proiettili presentati come prova, estratti dai cadaveri, non
appartenevano alla pistola di Sacco, quindi non era possibile che
quella fosse la pistola usata per la rapina. Il quarto proiettile fu,
effettivamente, sparato dalla pistola di Sacco e misteriosamente usato
come prova in una seconda fase del processo.
- Uno di questi testimoni riconobbe Sacco, mentre gli altri esitarono. Quattro testimoni a favore giurarono che quello stesso testimone, al
momento della rapina era in fabbrica e si era buttato sotto un tavolo
dopo aver sentito il primo sparo. Era quindi impossibile che avesse
visto il rapinatore in volto. Oltre a ciò, questo testimone era stato,
in passato, condannato due volte per falsa testimonianza riguardo a
fatti ai quali non era presente. I testimoni a favore non furono più
richiamati a testimoniare.
- L’assassino non si fermò a raccogliere i bossoli, tre dei quali
furono rinvenuti dalla polizia sul luogo del delitto. I tre bossoli
rinvenuti combaciavano con i tre proiettili estratti dai corpi dei due
dipendenti assassinati.
Il quarto bossolo fu trovato nella tasca di Sacco. A parte il fatto
che era di un altro tipo di pistola, come ci sarebbe arrivato lì? Per
quale ragione Sacco se lo sarebbe tenuto in tasca e così a lungo?
- Sacco presentò come alibi un funzionario del Consolato Italiano, che
si ricordava di lui perché il suo passaporto aveva molti timbri.
La testimonianza del funzionario,
fatta via delega, dato che nel frattempo questo si era trasferito in
Italia, fu accettata, letta una volta e tranquillamente dimenticata.
Al funzionario non fu mai chiesta la presenza in tribunale.
In un altro momento o in diversa sede questo processo avrebbe preso
ben altro corso, ma a Boston vigeva ancora la maggioranza anglosassone,
che riteneva spudoratamente d’essere superiore alle minoranze di colore,
tra le quali annoverava gli italiani, ed oltre a ciò i sovversivi ed i
sediziosi come gli anarchici Sacco e Vanzetti erano considerati i peggiori
nemici della patria e dovevano essere distrutti a tutti i costi, anche a
costo di assassinare la Costituzione Americana.
La parte più interessante fu che non mostrarono mai alcuna prova a
carico di Vanzetti, tranne quella prettamente indiziaria di essere un
amico o conoscente di Sacco, di essere un anarchico e di essere stato
trovato armato di una pistola, che del resto non fu mai usata. Condannato
per associazione, quindi.
La storia di Sacco e Vanzetti è stata celebrata in un film
italiano del 1971, un documentario di Peter Miller del 2007, molte canzoni,
dipinti, libri ed articoli. La legge dello Stato del Massachusetts è
stata cambiata affinché uno distorsione della giustizia non avvenga mai
più in tale arena e nel 1977 il governatore Dukakis lesse un editto
pubblico che chiedeva scusa da parte dello Stato a Sacco e Vanzetti.
Perché, dunque, noi sentiamo la necessità di parlare un’altra
volta di questa tragedia della storia americana?
Perché ufficialmente i nostri due cari conterranei non sono mai stati
riabilitati. A prescindere
dalla situazione di sopruso dei loro diritti civili e giudiziari, il caso
Sacco e Vanzetti è inoltre estremamente importante come personificazione
dello sforzo dei nostri conterranei di quell’epoca di cambiare in meglio
questa famosa “melting pot” americana , cioè società che amalgama
tutte le etnie, ritenendo intatta la loro italianità, fatto per cui
furono altresì puniti. Oltre a ciò, il razzismo e la xenofobia sono
ancor oggi rampanti e si nascondono, proprio come allora, dietro al
perbenismo ed alla scusa della difesa della patria. Dobbiamo per questa
ragione accertarci che le nuove generazioni conoscano questi due martiri e
la storia che li circonda, affinché certe ingiustizie non si ripetano
indiscriminatamente, a detrimento della nostra fede in questa grande
nazione, gli Stati Uniti d’America.
|