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L'Intermezzo N.1, 1984
Nel salone gremito da una folla compatta, il calore era giunto a livelli insopportabili
ed i molti che erano rimasti temporaneamente esclusi dall'entrata facevano sentire le loro
rimostranze; pareva il presagio di una classica serata negativa, della quale solo
gli accoliti più sfegatati avrebbero potuto scoprire risvolti positivi. La presenza di
Gassman creava certamente una atmosfera particolare, ma l'attesa dell'inizio della
manifestazione, protratta dal continuo e lento afflusso di gente, cominciava a pesare su
tutti..
Quando alfine il salone della Fondazione Verdiglione fu pieno come un tram all'ora di
punta, Ugo Ronfani, vice direttore del Giorno e critico affermato nonché
moderatore della serata, cominciò la presentazione che arrivò come una liberazione.
Il pubblico stette silenzioso per tutta la durata del discorso di apertura, senza dare
alcun segno di impazienza; solo a tratti qualche reporter, ansioso di ottenere un taglio
fotografico particolare, riuscì a strappare mugugnii di insoddisfazione dalla folla.
L'esordio di Gassman fu felice, ma sfortunatamente venne interrotto in modo brutale da
uno degli intervenuti che cercò di provare ai presenti che la pazienza ha un limite,
sciorinando disquisizioni su partiti politici, guerre e fazioni, biglietti teatrali
gratuiti ed altri non riproponibili argomenti. Dopo che Ronfani, con stile impeccabile ed
un rispettabile self control, ebbe alfine tacitato l'insospettato ed inopportuno
conferenziere, Gassman potè continuare a parlare senza essere piu interrotto.
Le sue parole si rivelarono cariche di importanza anche per chi non avesse
dimestichezza con il teatro. Egli disse che la vita alimenta il palcoscenico e che il
teatro è uno strumento capace di fare piccoli e grandi miracoli laici, ricevendo
spontanei mormorii di approvazioni dai presenti. Aggiunse che l'attore a lungo andare
perde la totale naturalezza e che non solo nell'attore vi è uno sdoppiamento di
personalità, ma che ciò avviene più o meno marcatamente per tutti gli uomini, cioé che
tutti noi siamo a tratti degli attori, più o meno validi, nella nostra stessa vita.
Cio che mi colpì fu che Gassman si dimostrò molto simpatico e distante dal
personaggio strafottente da lui molto spesso caratterizzato nei suoi films. Come non
stupirsi delle sfaccettature della personalità di Gassman che affioravano poco a poco nel
corso della serata? Buona parte del pubblico si aspettava lo studioso che pondera a lungo
se usare nella propria traduzione una versione o l'altra e che giura sincera la propria
passione per Shakespeare, che non insegna mai, cioe non dà lezioni, quindi
offre all'attore i percorsi piu ricchi ed anche piu difficili.
Ma chi conosceva Gassman regista, che decreta l'illegittimità della trasposizione
temporale (non credo che un sicario vestito da Marine sia più moderno...) e che
rinuncia ll'autocritica con una spiegazione spiccia, ma più che logica: ...questa era
la mia intenzione, ma non so il risultato perché io il mio Macbeth non lo vedo mai?
Chi altri aveva incontrato Gassman personaggio pubblico che asserisce ...alla mia
età o si diventa un po sinceri o è troppo tardi ; che si permette di ridere di sé (comincio
a pensare a cosa farò da grande) e del figlio Iacopo, rivelatosi simpaticissimo con i
suoi estemporanei gridolini di bravo papa', e non può fare a meno di raccontare un
gustoso aneddoto ? (a Parigi Iacopo lo vide morire in scena e disse serio alla madre: Papà
è morto. Vado io...).
Un Gassman sorprendente anche per la ricercatezza e limpidezza di linguaggio e per
l'apertura di mente dimostrata in molte risposte date agli intervenuti. Malauguratamente
ben poche delle domande poste si rivelarono interessanti, ma furono più spesso dei non
troppo velati elogi al regista e non diedero l'opportunità di ottenere una visuale
approfondita del personaggio.
Solo uno dei presenti riuscì a stimolare un poco l'interesse altrui, chiamando in
causa precedenti interventi di Gassman nei quali egli dava l'impressione di sconsigliare
la propria professione ai giovani, in netto contrasto con la sua recente creazione di una
scuola (o bottega) per aspiranti attori.
La risposta dell'interprete di Macbeth fu lunga ed esauriente. ma la si può riassumere
così: il mestiere dell'attore è il piu bello del mondo, ma è molto difficile e richiede
molto talento; se si cerca apparentemente di scoraggiare i tentativi del giovane, in
realtà non si fa altro che stimolarlo a combattere, a non mollare; se il talento c'è, il
giovane riuscira a superare questa piccola barriera ed a uscirne rafforzato. Una teoria,
quella di Gassman,basata sullo stimolo del rifiuto, quindi, e valida proprio per la
peculiare difficoltà della professione teatrale.
Egli negò inoltre una qualsiasi intenzione di apparire o sentirsi giovane tra i
giovani, ma bensì di trarre dalla loro presenza un grosso apporto energetico (c'è
un che di vampirtesco nello stare tra i giovani) e di non essere un insegnante in
senso classico, ma solo una attore che divide le proprie limitate conoscenze con gli altri
(che dire della sua frase: io stesso tante cose non le so e sono contento di non
saperle?).
Egli aggiunse inoltre che nell'attore solo un 20% circa delle capacità derivano
dall'insegnamento, mentre il resto è puro talento naturale.
La sua affermazione che il talento non lo si può definire apparve a questo
punto una verità inconfutabile...
Le ore erano fuggite senza che alcuna noia colpisse gli spettatori e l'incontro volse
al termine con grande dispiacere di molti. Una conclusione che mi riporta a quel famoso
brano del Macbeth per la traduzione del quale Gassman trovò difficoltà notevoli:
contrariamente alla comune traduzione prima o poi doveva morire, egli usò alfine
una frase che poneva enfasi sulla necessità da parte del personaggio di avere più tempo
per assimilare l'idea della morte del padre, cioè doveva morire più tardi. Certo,
prima o poi doveva finire, ma doveva finire più tardi.