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CINQUECENTESIMO
ANNIVERSARIO
DELLA MORTE DI CRISTOFORO COLOMBO
Pubblicato su L'Idea
Magazine N.27, 2006, NY
Quest’anno
ricorre il cinquecentesimo anniversario della morte di Cristoforo Colombo,
uomo-simbolo del movimento umanistico espansionista e “scopritore”
ufficiale dell’America. Su questo famoso esploratore genovese si è
detto e scritto tanto, ma la tendenza degli ultimi anni è stata di
minimizzare la sua scoperta o addirittura di dipingerlo come uno
schiavista accanito, un opportunista interessato esclusivamente al
profitto o come uomo di poca competenza e di tanta fortuna. Quanto è vero
di tutte queste teorie revisionistiche? Esaminiamole un poco, per capire
da quali fatti storici possano essere derivate.
Nonostante
tutte le ricerche compiute negli ultimi secoli, molto di quello che
appartiene a Cristoforo Colombo rimane discutibile o dubbio. Del suo
aspetto si conosce solo che aveva i capelli rossi, gli occhi blu ed il
naso aquilino. Non esistono ritratti del tempo che ci possono offrire
altre informazioni a proposito, e tutti i ritratti postumi sono stati
fatti senza alcun reale dato fisico. Nel famigerato “Libro dei Privilegi
Concessi a Cristobal Colon”, il riferimento del nome in versione
“spagnola” ha creato confusione ed è stato usato per rafforzare la
teoria di una sua eventuale nazionalità iberica. Il testamento di Colombo
sconfessa questa teoria proprio con le sue parole, “yo nacì en Genoba”,
vale a dire “nacqui a Genova”. “E basta lì”, come avrebbe detto
Carlo Campanini.
Ridimensionate
le richieste d’appartenenza lanciate da altre nazionalità, permangono
le cattiverie a proposito della sua avidità. Bartolomeo De Las Casas, suo
contemporaneo e autore del libro “Storia delle Indie”, peraltro non
certo sempre gentile nei confronti di Colombo, lo descrive come moderato
nel mangiare, bere, vestire, e soprattutto generoso. Il figlio di Colombo
conferma quest’immagine, così come altri documenti ritrovati negli
ultimi anni, grazie ai quali sappiamo che il grande navigatore aveva
istituito un fondo per i poveri della sua natia Genova presso una banca
della sua città natale. Che egli avesse interesse a trarre profitto dalle
sue esplorazioni, non dovrebbe sorprendere, anzi. Quale esploratore non
aveva quest’idea nella testa? Le nozioni della nostra gioventù,
ovverosia il fatto che Colombo volesse provare la sfericità della terra,
oppure che non si rendesse conto delle distanze compiute, sono idee
fallaci quanto quella che fosse un idealista senza alcun interesse
economico nella sua avventurosa traversata. L’autore americano
Washington Irving, con la sua rinomata biografia di Cristoforo Colombo, è
parzialmente responsabile di questi miti che furono creati per un pubblico
più “alla mano” di quello odierno e con l’intenzione di magnificare
la sua immagine. Irving, in realtà, creò un modello che è inferiore a
quello che affiora dai vari documenti ritrovati, minimizzando
inconsapevolmente sia i suoi difetti sia i pregi.
Cristoforo
Colombo era un uomo all’avanguardia per il periodo in cui nacque, ma era
sempre un prodotto del suo secolo. Commerciante interessato a trovare una
via alternativa alle Indie, il coraggioso genovese sognava di diventare
ricco, e non mi pare che per questo si possa biasimare, ma le sue esose
richieste sembrano riflettere più frustrazione che avidità. Dopo anni di
prove e d’attesa, i regnanti di Spagna gli promisero sostegno
finanziario, ma nel frattempo metà della cifra necessaria
all’esplorazione fu offerta da commercianti italiani e le navi a lui
assegnate furono solo caravelle, invece d’essere caracche (i galeoni
sarebbero apparsi solo il secolo seguente). È chiaro che la fiducia in
Colombo non sia stata proprio completa, quindi mi pare che la sua
richiesta fosse più che adeguata, considerando che i tempi necessari ad
ottenere un profitto da un’eventuale nuova rotta per le Indie sarebbero
stati lunghi e lui si era personalmente fatto garante con i suddetti
commercianti italiani.
Continuando
con le accuse che lui sia stato schiavista, bisogna accettare la verità,
ossia che egli catturò degli indigeni per portarli in Europa ed inoltre
chiuse un occhio sulle violenze perpetrate dagli spagnoli contro i nativi.
Considerando però che egli proveniva da una Spagna patria
dell’inquisizione, queste accuse fanno sorridere. Vogliamo forse credere
che il concetto cristiano di rispetto dell’essere umano sia stato allora
come quello nostro contemporaneo? Vogliamo giudicarlo con il metro
d’oggi, come se egli fosse un prodotto del nostro mondo moderno o
dobbiamo comprendere che, nonostante fosse un illuminato, le limitazioni
del suo mondo lo rendevano diverso da quello che avremmo voluto
immaginarlo. In aggiunta, dal suo diario si può comprendere che le sue
intenzioni erano benevole e il suo controllo dei nuovi immigranti sia
stato solo parziale. È interessante scoprire che egli combatté una
cruenta battaglia in terra americana per riportare l’ordine e la vinse.
Sono questi i dati che mancano spesso nella presentazione del personaggio
e che lo rendono limitato, quando in realtà era un uomo eccezionale in
molti sensi.
La
verità rimane che Cristoforo Colombo, prode esploratore genovese, partì
con novanta uomini e tre caravelle alla scoperta di una nuova rotta per la
leggendaria Cipango (Giappone), della cui esistenza solo il libro di Marco
Polo portava testimonianza. Senza cuochi a bordo, con una ciurma fedele ai
veri padroni delle navi (la Santa Maria si chiamava La Galega
e apparteneva a Juan De La Costa, mentre la Niña era di proprietà
di Juan Niño e la Pinta di Martin Alfonso Pinzòn), con spazi a
bordo ristretti e non certo adatti ad un viaggio di 79 giorni senza scalo,
con referenze cartografiche inesistenti, quest’eroico italiano scoprì
il continente americano per i suoi contemporanei, aprendo la porta ad una
nuova era.
Uomo
di cultura, Colombo tenne due diari di bordo, uno ufficiale in latino, ed
uno segreto in greco. Conosceva bene lo spagnolo ed il portoghese, oltre
al suo nativo genovese e ad un italiano molto raffinato per i suoi tempi.
Nel suo entusiasmo egli commise un errore molto serio, interpretando che
la circonferenza della terra fosse molto inferiore alla realtà (circa il
25% in meno). Si convinse difatti che un grado fosse circa 56 2/3 miglia
nautiche italiane, portando il calcolo della circonferenza terrestre a
25,255 km e la distanza dalle Canarie al Giappone di sole tremila miglia
nautiche (3700 km). Come arrivò Colombo a questi dati? Come premessa,
Colombo aveva accettato le valutazioni di Marino di Tiro, che aveva
stipulato la massa oceanica occupava solo 135°, lasciando ben 225° alla
terra. Oltre a ciò, le sue interpretazioni degli studi di Alfragano si
basavano su un’incomprensione di base. Alfragano difatti usava come
riferimento le miglia nautiche arabe, che corrispondevano a 1830 metri,
mentre Colombo intese che fossero le miglia nautiche a cui lui era uso,
equivalenti a 1230 metri. Fu questo che lo portò a credere che il
Giappone fosse a portata di navigazione. Ottimista? Certamente. Anche se i
suoi calcoli fossero stati corretti, nessuno aveva attraversato tratti di
mare così vasti prima di lui e n’aveva parlato. L’usanza del tempo
era di navigare sempre con la costa in visibilità. La sua avventura fu
straordinaria quindi sotto tutti gli aspetti. Colombo non teorizzò
solamente, ma rischiò tutto per provare le proprie teorie. Il valente
genovese non partì per provare che la terra non era piatta, fatto già più
che accettato ai tempi, bensì che il mondo era più accessibile di quello
che si credesse e che il Giappone esisteva.
Nei
suoi viaggi dovette affrontare malattie, solitudine, cannibali, tentativi
d’insurrezione ed una battaglia campale. Oltre a ciò, fu messo in
catene nel suo terzo viaggio, somma umiliazione per l’uomo che aveva
aperto un nuovo mondo all’Europa in nome di Cristo.
Cristoforo
Colombo, navigatore indomabile e portatore della fede, è stato accusato
di genocidio imperialista da parte del governo venezuelano ed il giorno
dedicato in passato a lui è diventato ufficialmente Giorno della
Resistenza Indigena. La sua statua, nel centro di Caracas, è stata
distrutta su ordine del presidente Chavez. Colombo è diventato strumento
di rivendicazione da parte degli indigeni americani contro
l’imperialismo europeo e quello spagnolo in particolare. Meritava forse
di essere stimmatizzato per tutti i peccati commessi dagli spagnoli nella
susseguente conquista dell’America? Condannarlo per gli eccessi degli
spagnoli e non dargli credito per tutto ciò che la scoperta
dell’America ha significato di positivo, sia per l’Europa sia per il
continente americano stesso, è un’ingiustizia che Colombo
innegabilmente non merita.
Continuiamo,
quindi, a festeggiarlo ed a ricordare i suoi meriti, cosicché si possa,
come scritto sulla sua tomba, a Valladolid, “Non confundar in eternam”.
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