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Carnevale.
Pubblicato su L'Idea
Magazine N.29, 2007, NY
Carnevale
è una festa dell’allegria, dell’indulgenza, un addio alle abitudini
di tutti i giorni prima dell’austero periodo della Quaresima, durante i
quali i nostri antenati si astenevano dal cibarsi di carne, attuavano
penitenze o addirittura si auto-procuravano sofferenze fisiche per
liberarsi dei propri peccati, usanza che, grazie a Dio, è ritenuta solo
da una minima frazione dei cattolici odierni. Ecco quindi l’origine del
nome carnevale dal latino “carnem levare”, come può confermare
il vocabolo siciliano “carnilivari”, in altre parole l’eliminazione
della carne dalla dieta giornaliera. Da allora il carnevale ha avuto
trasformazioni d’ogni genere, prima di arrivare alla gaia e spensierata
festa d’oggigiorno. Il periodo di carnevale, inoltre, si è celebrato in
giorni diversi secondo i luoghi, fermo restante il punto di riferimento
del martedì grasso, il giorno antecedente il mercoledì delle ceneri,
come ultimo giorno dei festeggiamenti; quindi la baldoria poteva durare
una settimana oppure un mese.
Ogni città e paese italiano hanno una o più maschere carnevalesche che
le rappresentano nei vari cortei carnevaleschi. Queste maschere sono quasi
tutte di più recente creazione e si devono attribuire al successo del
Teatro Dell’Arte goldoniano che riuscì a popolarizzare alcuni di questi
personaggi, creando uno stimolo culturale per la nascita di tanti altri.
È interessante notare che le maschere già conosciute in
precedenza al trionfo del teatro goldoniano, come Arlecchino e Pulcinella,
portavano con se i segni delle loro origini, che si perdono nell’arco
dei secoli così come quelle del carnevale. Queste figure, difatti,
portavano sempre una maschera con espressioni spaventose, sardoniche,
quasi demoniache, così come lo facevano buona parte delle maschere del
teatro greco-romano e della festa che poi sarebbe diventata carnevale.
Questa espressione è stata poi ammorbidita dopo il periodo rinascimentale,
assumendo gradualmente espressioni più comiche che paurose, anche se un
poco dell’aspetto maligno permane in alcune di esse. Arlecchino, del
resto, è un “Servitore di due padroni” ed il suo nome appare già
nell’Inferno di Dante (Alichino) come uno dei diavoli.
La
nascita di queste maschere tradizionali ha assunto un’altra
caratteristica, che si è cercata di riflettere nel costume stesso del
personaggio, vale a dire quella di attribuirsi tutti i pregi e difetti che
la consuetudine accolla ad una particolare città. Pulcinella è quindi un
furbastro simpatico (Napoli) e Meneghino è un accanito lavoratore ma un
poco rozzo (Milano). Questi erano gli stereotipi cui la gente era adusa e
che furono usati nella creazione di molte di queste maschere. Ovviamente
anche queste caratteristiche, così come la parlata dialettale che le
distingueva immediatamente, e l’origine demoniaca o d’oltretomba di
esse, riflesso anche di lugubri tradizioni nordiche (Halloween) quanto
delle sue radici greco-romane, si sono attenuate nel tempo, presentandoci
soggetti con meno vizi e più comicità, ma anche con meno individualità.
I saturnalia erano dei riti per la fertilità legati alle stagioni.
In essi il popolo si dava alla pazza gioia per un breve periodo, durante
il quale quasi tutto era ammesso. Al termine dei saturnalia si
usava bruciare al rogo un’immagine in paglia del dio Saturno per
propiziarselo e cancellare tutte le smoderatezze fatte durante i
festeggiamenti. Dopo di ciò ci si dedicava anima e corpo alla
preparazione dei campi e di tutto ciò che il raccolto richiedesse. Questa
festa pagana fu prima abolita e poi trasformata dalla Chiesa in carnevale,
ritenendo l’essenza della celebrazione della vita materiale prima di
affrontare il periodo quaresimale di penitenza. Il rogo del Re Carnevale
in molte città italiane, quali Venezia, Putignano e Sciacca, e della
maschera locale in Cento e Ronciglione, hanno rimpiazzato il rogo del dio
Saturno. In altre si celebra la liberazione dal giogo delle tasse
(Viareggio) o del signorotto locale ( Ivrea, Caraglio), ma permane in
tutti i festeggiamenti, l’aura dei riti propiziatori pagani della
fertilità.
Le
nostre città hanno tradizioni carnevalesche che le distinguono una
dall’altra e le rendono degne d’attenzione per i turisti. In Ivrea si
combatte la spettacolare “Battaglia delle Arance”, combattuta tra gli
“aranceri” a piedi (plebei) e quelli sui carri (patrizi). A Viareggio
la sfilata dei carri ha assunto dimensioni straordinarie ed è seguita da
tutte le stazioni televisive per l’originalità e la varietà dei carri
allegorici. A Cento, la
suggestiva sfilata dei carri si è arricchita negli anni di
caratteristiche che la fanno assomigliare sempre più a Rio de Janeiro,
città brasiliana gemellata a Cento e nota per il suo tumultuoso carnevale.
Gruppi numerosi d’attraenti ragazze, con incantevoli e ‘stimolanti’
costumi, s’intromettono tra i carri ballando a ritmo di samba, dando
alla sfilata un tocco esotico. Regali d’ogni genere, inoltre, vengono
‘gettati’ dai carri tra il pubblico, affinché “nessuno torni a casa
da Cento a mani vuote”, come si usa anche a New Orleans, la città
statunitense devastata dall’uragano nel 2006, ospite anch’essa di un
famoso carnevale.
Oltre
alla ben nota sfilata, nella quale appaiono carri decorati esclusivamente
con garofani e carri con maschere di cartapesta dai quali vengono gettati
confetti, Acireale offre giochi popolari come il “tiro alla fune”,
“l’albero della cuccagna”, “la corsa dei sacchi”. Ad Oristano,
invece, si svolge la “Sartiglia”, una vera e propria “tenzone” con
cavalli addobbati e cavalieri mascherati che dovranno combattersi con la
loro lancia. Un gruppo di rappresentanti del popolo elegge quindi “Su
Cumponidori”, il re della Sartiglia, che dovrà infilzare la propria
spada al centro di un’effige a forma di stella, sospesa di fronte al
Duomo, assicurando con tale azione un’annata prospera per gli Oristanesi.
Parlare
di carnevale e non nominare Venezia però sarebbe un peccato mortale. La
magnificenza del carnevale veneziano è conosciuta in tutto il mondo. Il
corteo delle imbarcazioni decorate a festa e la marea di “bautte” e
“mattaccini” che invade tutte le viuzze, stradine e vie della città,
mescolandosi con maschere d’ogni tipo e forma, offre al fortunato
visitatore un’esperienza visiva impareggiabile, inimitabile come solo
Venezia sa offrire.
Noi
italiani abbiamo saputo fare del carnevale un’arte, ma anche nel resto
del mondo le celebrazioni sono più che rispettabili. A parte le rinomate
Rio de Janeiro e New Orleans, cui ho già accennato, il carnevale di Nizza
con le sue sfilate e battagli di fiori attira più di due milioni di
spettatori. In Germania, molte città hanno dei “Karneval” di rilievo,
con caratteristiche più attinenti alle usanze pre-cristiane, con presenza
di demoni e streghe. Interessante è l’usanza di tagliare la cravatta
agli uomini il Giovedì grasso, cosa che avvenne proprio a me venti anni
fa nel centro di Hoffenbach, ignaro visitatore che stupidamente portava al
collo una cravatta di Christian Dior.
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