ATTRAVERSO L'OCEANO:
La Vita di Emilio Giuseppe Dossena
Pubblicato su L'Idea N.72, 1999,
Brooklyn, NY
Emilio Giuseppe Dossena nacque il 10 dicembre
1903 in un piccolo paesino del Lodigiano, Cavenago D'Adda. Alla morte del
padre, a soli dodici anni, la realtà della vita, già di per sé dura,
diventa ancor più gravosa. Con Camillo, il fratello quattordicenne,
mantiene la famiglia, e solo quando i tre fratelli e le due sorelle si
sono sposati, sentendosi svincolato da tutte le responsabilità di capo
famiglia, si sposa con la ventenne Ginevra Cornelia Zacchetti, anche lei
lombarda. Dopo pochi mesi dal matrimonio perde la madre, da molti anni
invalida a causa di una caduta accidentale dalle scale. L'esperienza
artistica dell'Accademia di Brera e della Scuola del Castello, frequentate
con Guttuso, Cantatore, Lilloni e Sassu, gli permettono di vivere una vita
dignitosa nonostante i tempi difficili e la propria presa di posizione
contro il fascismo.
È in questo periodo che egli inizia ad operare
come restauratore di dipinti e decoratore in stile classicheggiante,
professione che manterrà per tutta la vita. In questi ultimi anni del
periodo prebellico si trova di frequente in scontri aperti sia con gli
estremisti di destra che con quelli di sinistra, senza però mai arrivare
a situazioni irreversibili, sostenendo sempre apertamente il proprio
cattolicesimo ed attaccamento alla patria senza reticenze. Nel frattempo
dedica tutti i minuti liberi alla produzione da cavalletto, creando
affascinanti opere in stile neoimpressionista, con una tavolozza a base di
terre che danno ai suoi dipinti una suggestività unica ed originale. La
prima mostra personale, presso la Galleria Gavioli di Milano nel 1943, ha
un successo strepitoso: pur essendo in piena guerra, tutte le opere
esposte sono vendute! La sua tavolozza ritiene la colorazione iniziale,
con tonalità che riflettono sia l'ambiente privo di forti contrasti di
colore sia la necessità di creare la propria pittura usando pigmenti
naturali, per tutti gli anni quaranta. La rivoluzione industriale ed il
boom economico postbellico influenzano la sua pennellata, che diventa più
vigorosa e forse anche più essenziale alla replica dell'impressione, pur
ritenendo un attaccamento al realismo che affiancherà l'artista in quasi
tutta la sua vita artistica. La sue opere si potenziano di verdi e di blu,
impiegando una carica cromatica sempre più esuberante, per la quale egli
è rinomato nel campo pittorico.
Il soggetto preferito rimane la propria prole,
dato l'amore smisurato per i figli, ma il paesaggio entra sempre più nel
suo repertorio, ricevendo forti consensi di critica.
Bilanciando il proprio fervore artistico con le
attività necessarie a sopperire alle necessità di una famiglia di grandi
dimensioni, egli riesce a dare sempre una vita rispettabile ai sei figli,
pur continuando la propria produzione senza compromessi basati su
considerazioni economiche. In questo periodo egli decora e restaura i
castelli di Parrano e di Monte Giove, in Umbria, e molte ville degli
aristocratici e dei capitani d'industria lombardi. Nel 1968 un'esplosione
accidentale rade al suolo il suo studio in Milano. Egli decide, a quasi
sessantacinque anni, di emigrare negli USA, dove amici di famiglia gli
promettono una rivitalizzazione della propria carriera, che a questo punto
è arrivata ad un plateau e pare non possa trovare gli stimoli necessari
per un rinnovamento.
L'impatto con l'America è essenzialmente responsabile dell'evoluzione
cromatica del pittore.
Dopo un breve periodo d'assestamento, Emilio
Giuseppe si colloca presso lo studio Berger, dove si trova a restaurare
varie opere di grandi maestri del passato. La necessità di riprodurre la
corretta tecnica della pennellata e le varie gradazioni cromatiche dei
capolavori a lui assegnati, in aggiunta ad un suo isolamento dalla società
che lo circonda causato dall'incapacità di colloquiare in inglese,
influenzano inconsapevolmente sia la tecnica sia l'intensità cromatica
dei quadri dipinti a New York.
L'artista sceglie di abbandonare il
neoimpressionismo, ma lo fa gradualmente e senza intenzione di
etichettarsi. Il neoespressionismo che si può riconoscere nelle sue opere
in quei primi anni dei settanta ha caratteristiche singolari, direi quasi
esclusive. La pennellata è ancor più energica, non essendo più legata
alla necessità di riprodurre l'eventuale verità statica che gli si
presenta davanti agli occhi. I soggetti non sono mai ripetitivi, ricercano
un figurativo più semplificato, quasi essenziale, senza schematismi o
restrizioni strutturali. La forma è quasi strappata alla natura, alla
continua ricerca di contenere ed interpretare l'essenza esistenziale ed
esprimere queste nuove, irrefrenabili sensazioni che l'artista prova
lontano dall'amata patria. New York e l'America hanno su Emilio Giuseppe
un effetto similare a quello provato dall'amico Mario Soldati molti anni
prima. Ama l'America dei grattacieli, dei musei e delle differenze. Ama i
propri conterranei, anche loro naviganti senza imbarcazione in un'odissea
indefinita, formata di piccoli episodi ma di grandi sacrifici. Odia però
di essere classificato come italoamericano, riconoscendo che questo
termine è usato per definire una serie di stereotipi ai quali egli sente
di non avere alcun'affinità. Si ritrova ad affrontare l'eterno dilemma
dell'emigrante: inserirsi senza essere fagocitato. L'artista usa tutta la
sua energia, amplificata dall'odio-amore per New York, per creare opere
prorompenti, il cui unico scopo è di esprimere la propria esigenza di
ritornare a vedere i bellissimi colori della sua Italia.
Quello che lui definisce l'assenza di colore
della società italoamericana, il grigio lavorio di tante formichine
interessate solo a stipare il loro deposito di cibo, lo esaspera e lo
forza a dipingere con una tavola cromatica sempre più esplosiva. La forma
diventa solo una scusa per esprimere il colore e la loro fusione diventa
l'espressione dell'artista, quasi una liberazione, ricercata e progettata,
ma non per questo artificiale o artificiosa.
Nel 1976 ritorna in Italia, con un bagaglio
artistico fondato sulla sperimentazione e sul ritrovato estro, nonché sul
contatto diretto e ravvicinato con i vari Rembrandt, Renoir e Picasso. In
poco tempo la sua pittura è ispirata e suggestionata dagli incantevoli
paesaggi italiani e si ritrova a dipingere in uno stile da molti definito
postimpressionista: l'intensità della tavolozza permane, ma il suo
interesse ricade nel riprodurre abbastanza testualmente la realtà. Il suo
senso estetico si è però intensificato con altre considerazioni, frutto
delle esperienze espressionistiche. Di conseguenza l'impatto visivo per
l'osservatore è ragguardevole. I suoi paesaggi acquistano un'eclatante
vitalità che risente del periodo neoimpressionista per la forma e di
quello neoespressionista per il colore.
L'artista è arrivato a concludere il ciclo
creativo proprio quando la leucemia incomincia a togliergli la possibilità
fisica di dipingere. Ultima sua opera è il ritratto del nipote William,
imponente per la sua luminosità. Frustrato dall'inabilità di creare
sulla tela, Dossena si dedica a scrivere poesie di un'intensità lirica
che rievoca le sue ultime opere pittoriche. Molti i riconoscimenti, sia
per la poesia sia per la pittura, che negli ultimi anni allietano la vita
dell'artista. La Laurea di Dottore Honoris Causa e la richiesta di firmare
il rinomato "muretto" d'Alassio, sfortunatamente, arrivano
postume.
