BICENTENARIO DELLA NASCITA DI CONSTANTINO BRUMIDI, 

IL “MICHELANGELO DEL CAPITOL”.

Pubblicato su L'IDEA N.24, Vol. II, 2006, NY

     Visitando il Capitol, il magnifico edificio parlamentare Americano, non si può fare a meno di notare l’ampia presenza delle opere di artisti italiani. In realtà, passeggiare attraverso le varie sale e corridoi offre una sensazione similare a quella che si ha visitando un museo d’arte. Il primo afflusso di maestri italici, nel 1806, lo dobbiamo a Thomas Jefferson che aveva pregato l’amico Filippo Mazzei di assisterlo nel “procurare i servizi di un buono scultore nell’erezione degli edifici pubblici, in particolare del Capitol”.

     Un artista romano, Constantino Brumidi, è massimamente individuabile sia per la forza dei suoi colori sia per la quantità delle opere presenti. Menzionato da molti critici come “l’artista del Capitol” oppure come il “ Michelangelo del Capitol”, Brumidi rimane ciononostante un personaggio relativamente sconosciuto e senza altro misterioso della cui vita si conosce relativamente poco.

     Costantino, anzi Constantino, come Brumidi decise di farsi conoscere, forse con l’intenzione di facilitare la pronuncia del nome, approdò negli Usa nel 1852. Brevemente incarcerato nel 1849 per il suo coinvolgimento come capitano della guardia civica nella breve rivoluzione romana, Brumidi probabilmente fu traumatizzato dall’evento, oppure dopo tale avvenimento si trovò boicottato nella vendita dei suoi lavori dal governo pontificio. Non si è dato sapere se uno di questi motivi, o altri ben più gravi, lo avessero forzato all’emigrazione in un paese così lontano a quasi cinquant’anni, lasciando alle spalle la moglie e due figli, ai quali peraltro continuò a provvedere e con i quali mantenne un ottimo rapporto epistolare.

     Dalle fotografie pervenuteci Brumidi appare come un tipico artista scapigliato dallo sguardo forte ma bonario. Sappiamo che era di media statura per quei tempi (circa 1,68m) ed aveva gli occhi blu ed i capelli castani. Si conoscono le date del suo primo matrimonio alla vedova Maria Covaluzzi (1832), che gli diede una figlia, Maria Elena, e che perì dopo solo sei anni. Brumidi si risposò dopo pochi mesi con una sedicenne, Anna Rovelli, dalla quale ebbe un figlio, Giuseppe, nel 1842.

     Altro mistero è il suo apparente abbandono della moglie. Nel 1854, difatti, al suo arrivo a Washington, dopo una parentesi di lavoro a New York, Baltimora e Città del Messico, l’artista era accompagnato da una misteriosa Mary Brumidi, che tutti credettero fosse la moglie. Quello che sappiamo di sicuro è che nel 1859 la sua apparente compagna, Clara Scarselli Brumidi, morì alla giovane età di 36 anni. Dopo poco tempo, come in passato, una nuova compagna appare nella sua vita, e anche stavolta è una sedicenne, Lola Germon, che metterà al mondo l’ultimogenito dell’artista, Laurence.

     L’apparente immagine di questo rinomato artista, stabilita sulla base dei suoi rapporti famigliari, sembrerebbe quindi quella di un individuo frivolo, calcolatore, forse anche insensibile. I figli e i suoi datori di lavoro, però, lo descrissero come uomo passionale, diplomatico, con uno spiccato senso dell’umore, estroverso e non recluso come la maggior parte degli artisti, ma soprattutto generoso verso i compatrioti oltre misura, al punto di pagare per loro le spese mediche o le cerimonie funebri.  La sua prodigalità lo avrebbe sfortunatamente portato a morire quasi in miseria.

     Purtroppo, i dati della sua vita ci sono pervenuti quasi esclusivamente attraverso la documentazione ufficiale, e non tramite carteggi personali, che ci avrebbero permesso di intravedere l’essenza dell’uomo, i suoi pensieri e ideologie. Le notizie che abbiamo di lui, invece, ci provengono da terzi e, quindi, sono una serie di dati anagrafici e di referenze alle sue opere ed abilità artistica, ad esclusione dei commenti precedentemente citati.

     In compenso di Brumidi rimangono molte opere sia nel Capitol sia in varie chiese di Filadelfia, Baltimora e New York. La chiesa di Santo Stefano, a Manhattan, ospita il primo affresco prodotto da lui negli USA ed il suo restauro è in fase di completamento. Per aggiungere all’aura di mistero che circonda quest’artista, il trittico da lui dipinto nella cattedrale di Città del Messico, nonostante la vasta documentazione che attesta la sua esistenza, è scomparso e nessuno è più riuscito a scoprirne le tracce. Un vero caso per i 007 dell’arte...

     L’opera di Constantino Brumidi in seno al Capitol è principalmente formata da affreschi, creati sia con la tecnica del “buon fresco” sia con quella del “fresco in scialbatura”, secondo l’ampiezza delle aree da dipingere. È possibile distinguere i due, anche ad una certa distanza, poiché l’affresco in scialbatura non mostra gli effetti del lavoro a “giornata”, vale a dire quelle lievi differenze di colore che distinguono le varie fasi, o giornate, del lavoro pittorico. Ciò che è quasi impossibile distinguere, invece, è dove l’artista è intervenuto, per ragioni tecniche solo a lui conosciute, con il sistema “a secco”. È proprio qui che Brumidi mostra la profonda conoscenza delle tecniche della pittura murale a fresco.

     Le sue opere si distinguono per la vivacità del colore e l’abilità nel fondere la tradizione classica con il sentimento patriottico, quella specie di “compromesso tra storia e mitologia” che permea tutte le sue creazioni del Capitol. Osservando attentamente i vari fregi, soffitti, pannelli e dipinti che costituiscono buona parte della decorazione di quest’edificio, si può inoltre notare immediatamente l’influenza di Raffaello sia nella scelta delle componenti decorative, sia nella dolcezza del tratto. Brumidi può essere quindi considerato un pittore neoclassico, nonostante sia stato influenzato anche dal movimento purista, e meriterebbe più che altro l’appellativo di “Raffaello “, e non Michelangelo, “del Capitol”.

     La sua esposizione all’arte romana e rinascimentale ed i suoi studi presso l’Accademia di San Luca, congiunta alla sua esperienza nel campo degli affreschi, gli avevano dato le premesse giuste per creare ciò che lui stesso definì “uno stile superiore di decorazione a buon fresco, come i palazzi d’Augusto e di Nerone, i Bagni di Tito e Livia a Roma...”.

     Trovatosi spesso conteso tra i due guerreggianti professionisti incaricati al completamento dell’estensione del Capitol, l’ingegner Montgomery C. Meigs e l’architetto Thomas U. Walter, Brumidi riuscì sempre a provare la sua bravura e preparazione, meritandosi i complimenti di ambedue. Meigs, difatti, asserì: "Come pittore storico di un certo tipo di soggetti, egli non ha uguali nella nazione... Non voglio assegnare al signor Brumidi il genio di Raffaello, ma egli è un uomo modesto e rispettabile, un artista veramente preparato ed abile, ed io non ho ancora incontrato alcuno che gli si possa paragonare...”. Walter, nonostante il suo feudo con Meigs, non poté che essere d’accordo con la valutazione dell’ingegnere, dichiarando a sua volta: “Io credo che lui sia il miglior pittore d’affreschi vivente, specialmente nelle figure... Egli è uno degli uomini più amichevoli, illustri e senza pretese...”.

     Non furono solo rose, però, per il nostro conterraneo. Molte le critiche, la cui origine si può probabilmente attribuire ai vari artisti americani ai quali fu negata l’opportunità di lavorare nell’ampliamento del Capitol. La pressione da loro fatta fu recepita dai rappresentanti del Partito Americano, che a loro volta iniziarono una mini-crociata contro gli artisti europei, ed in particolare contro Brumidi, colpevoli di aver tolto il pane di bocca agli artisti americani. Furono attacchi feroci che sprezzavano l’opera di Brumidi e la criticavano di non essere sufficientemente americana. Uno dei suoi critici, il deputato Taylor, affermò che in un particolare dipinto murale, “il paesaggio, l’impostazione, l’attitudine e l’espressione sono quelle della campagna romana e non del Connecticut, come dovrebbero essere”. In un articolo apparso sulla rivista The Crayon, invece, l’opera di Brumidi è descritta come “carica di un’incoerente mescolanza di ricercatezze, il che distrugge il senso di serenità e dignità…L’occhio e la mente non riposano mai, anzi, sono assaliti da immagini di cupidi in volo, che fanno capriole o che riposano…”.

     Nonostante le critiche, che tra l’altro svanirono allo stesso modo che svanì l’effimero Partito Americano, Brumidi non perse mai il passo e già dal 1859 aveva completato tutti i disegni che poi avrebbe sviluppato nella grandiosa opera da lui compiuta nei venticinque anni passati al Capitol. Il suo successo, d’altronde, è proprio dovuto all’abilità d’integrare il classico con l’epoca presente. La scelta di questi soggetti, che gli procurò tante critiche, in realtà fu proprio quello che rafforzò la sua posizione con i direttori del progetto d’ampliamento, già per se ben salda grazie alla sua intima conoscenza delle tecniche d’affresco e del trompe l’oil.

     Come proclamò Nancy Pelosi, la leader del Congresso statunitense per il partito democratico, a conclusione di una cerimonia tenuta il 30 giugno scorso presso Capitol Hill a Washington, per la celebrazione del duecentesimo anniversario della nascita dell’artista, “Brumidi trascorse 25 anni della sua vita a dipingere scene sui muri e sul soffitto del Capitol. Compì un gesto d’amore per il Paese che aveva scelto come casa sua… Grazie, Constantino Brumidi”.

 



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