NEW YORK E GLI ITALIANI (parte
seconda).
Litaliano che è emigrato negli USA negli ultimi ventanni ha delle
caratteristiche socioculturali molto differenti dagli emigranti che lo hanno preceduto, ma
anche nella comunità italoamericana essere americano di prima, seconda o terza
generazione è un fattore di differenziazione molto importante. La ragione di questa
divergenza nei vari gruppi generazionali di immigranti è da ritrovare nellimpulso
che il nostro gruppo etnico ha sempre avuto di far parte integrante ed inequivocabile
della società americana. Essere americano vuol dire parlare la lingua inglese, conoscere
le leggi, i costumi, il modo di pensare americano.
Labbandono della lingua italiana è il risultato diretto di questa procedura
dassorbimento.
Bisogna dire che molto spesso litaliano non era la lingua parlata in casa,
perciò quello che si è perso in questi casi è il dialetto. In un modo o
nellaltro, lo strumento essenziale per ritenere la propria etnia è stato quasi
sempre abbandonato per una mal compresa interpretazione del "melting pot", quel
famoso crogiolo simbolico nel quale tutte le etnie e razze avrebbero dovuto fondersi in
ununica amalgama. Gli italiani di recente immigrazione, perciò, si ritrovano a
confrontarsi con italoamericani che ritengono solo una vaga e falsata immagine della loro
origine e che pretendono che questi nuovi emigranti adottino la loro impostazione di vita,
che nella loro ingenuità è basata sullimpronta della società americana. In
realtà, la plastica sul divano, gli spaghetti con le polpette di carne ed il limone
nellespresso come espressioni della nostra italianità sono fonti di irrisione sia
da parte dei novelli emigranti che da parte dellamericano medio. Non vi è nulla di
errato in questi usi, tranne il ritenerli italiani. Abbiamo quindi una società
italoamericana che ha creato i propri costumi ed i propri cibi, dando sempre più alla
società americana una visione distorta di ciò che è veramente italiano. Gli italiani di
recente immigrazione cercano quindi in qualsiasi modo a loro disposizione di ritenere una
loro indipendenza dalla collettività italoamericana, professando la loro xenofilia in
tutti i modi possibili, fino ad arrivare allintolleranza dei gruppi italoamericani e
dei loro usi. Questo non è certamente un bene, perché porta la divisione in seno ad una
comunità che avrebbe bisogno di ritrovare sé stessa. Gli italoamericani, cioè gli
italiani nati negli USA che mantengono ancora una identificazione etnica, ritengono
difatti le proprie radici culturali attraverso la ricreazione di processioni religiose e
la costituzione di circoli nei quali molto spesso si parla il dialetto non per un
attaccamento alle proprie radici, ma bensì per necessità, e cercano di conservare il
collegamento con la madre patria attraverso i propri ricordi e le testimonianze dei propri
anziani. La loro integrazione comporta un riconoscimento, da parte del resto della
società che li circonda, di valori che molto spesso non esistono più nella patria
dorigine. Prevalentemente con una preparazione universitaria, molto spesso
professionisti in cerca di consenso, i nuovi emigranti vivono in un mondo completamente
diverso dallitaloamericano medio; del resto, loro hanno delle caratteristiche
socioculturali molto differenti dagli emigranti che lo hanno preceduto.
La loro integrazione negli alti ceti della società americana li porta a scegliere in
gran parte Manhattan come luogo di residenza, frequentemente nelle zone che riflettono la
loro scelta professionale. Se a prima vista questa selezione appare dettata da una
superficialità quasi tipicamente italiana, che ci ha sempre forzato a definire in modo
estetico la nostra posizione sociale, in realtà è il riflesso di una ben ponderata
decisione. Manhattan offre molto, sia in termini di comodità che di opportunità, ai
professionisti italiani che decidono di varcare loceano alla ricerca della mitica
America. Oltre a ciò, permette di tenere un contatto stretto con la comunità italiana a
New York e con le sue attività. È proprio in questo che i nuovi esuli, antitesi degli
emigranti con la valigia di cartone che hanno tanto colorato la stampa e la cinematografia
contemporanea, dimostrano la loro schizofrenia culturale. Gli italiani che vivono in
America, difatti, cercano di integrarsi al massimo e di non vivere nei ricordi, ma
contemporaneamente mantengono vive, con la loro partecipazione, le varie attività degli
Istituti Italiani di Cultura e delle università.
La comunità italiana negli USA, definita in questi termini, parrebbe quindi un
microcosmo di intellettuali che risponde alla chiamata della cultura italiana in massa,
consentendo lesistenza di vari mass media in lingua italiana. A dire il vero, però,
se le attività culturali italiane proliferano, questo lo dobbiamo precipuamente alla
persistenza di vari gruppi universitari ed organizzazioni che continuano il loro lavoro di
diffusione, seguito principalmente, ma non esclusivamente, dagli italiani, a dispetto dei
risultati.
Le radio italiane a New York sono presenti solo nelle sottofrequenze FM ed udibili solo
se in possesso di radio riceventi con delle caratteristiche particolari. La televisione
sul canale regolare dà solo il telegiornale e unora di trasmissione al giorno. Per
vedere RAI International, a prescindere dalla validità del contenuto, bisogna pagare per
lacquisto di unantenna parabolica ed un canone mensile. Lironia di tutto
questo è che in quasi tutta Manhattan le antenne non funzionano, quindi il prodotto è
offerto solo proforma in questa zona, dove sarebbe più richiesto.
Abbiamo un solo giornale in lingua italiana, America Oggi, che ultimamente ha
distribuito La Repubblica in una promozione controproducente per ambedue le testate: il
giornale romano è troppo italiano, cioè troppo politicizzato, per poter essere
apprezzato dal lettore che vive a NY, interessato più allattualità che alla
politica, e parallelamente mostra le inevitabili pecche di contenuto e di lingua del
giornale nuovayorchese. Litaliano che vive a New York è un valido depositario della
nostra tradizione di grandi critici, che ci permette di trovare difetti in tutto quello
che viene fatto dai nostri compatrioti e di gioire nella loro sconfitta. Questa
osservazione vale anche per gli italoamericani di prima generazione, quelli che molto
spesso parlano ancora la Lingua, anche se carica di anglicismi e di improprietà
linguistiche.
Perché, allora, molti di noi offrono ancora dei programmi culturali, nonostante tutte
queste peculiarità della nostra collettività? Perché se anche riusciamo a dissetare
solo la sete culturale di pochi individui, la nostra funzione ha uno scopo, non avendo
mire commerciali o scopi reconditi.